Ognuno porta sulle spalle la propria gerla: vi raccontiamo lo scatto di Lea

Ognuno porta sulle spalle la propria gerla: vi raccontiamo lo scatto di Lea

La vera storia del cesto di vimini rischia di estinguersi sotto ad un sottile velo di polvere.

C’è chi lo usa per tenere i libri, chi la legna asciutta per il camino, chi preferisce esibirlo come soprammobile da esposizione.  

Ognuno di quelli, tolta la polvere che lo copre, avrebbe una storia da raccontare.

In montagna i cesti si chiamano gerla. Ci potevi trovare dentro il pane, un telo, un coltellino, a volte una lettera da portare a valle eppure non era un contenitore.

Quando si rompe, non si butta: si ritesse il punto, si cambia una stecca, si tramanda il nome di chi l’ha aggiustata.

Se la posi a terra, rimane in piedi, come chi l’ha portata fin qui; se la capovolgi, diventa sgabello, tavolo, riparo per un gatto.

Ogni segno racconta: una tacca per un autunno di pioggia, una scheggia per una scivolata, una lucentezza sul bordo dove la mano va sempre a cercare.

Eppure, per capire la gerla, bisognerebbe vederla in movimento: non come cosa, ma come gesto che attraversa i secoli.

Costruire una gerla è un abile intreccio di fasci e legni, ma anche di generazioni, di tradizioni, di fatiche, di speranza.

Ogni valle intreccia qualcosa di suo. Ogni paese ne ha il proprio disegno: più alta dove il prato è ripido, più panciuta dove il raccolto è generoso. Tutte concordano sul fatto che il legno di nocciolo sia il migliore per l’ossatura, il castagno per i cerchi, la verga più flessibile per la curva che farà da spalla.

Lavorare le fibre di legno non è facile. Le si deve immergere in acqua gelida di torrente, là dove dopo pochi minuti il freddo è già penetrato nelle ossa.

L’intreccio prende ritmo sul grembo di un artigiano che non ha fretta, con un ticchettio asciutto, sottile.

tic-tic, tic-tic

Il fondo nasce come un sole: raggi che si aprono, si sovrappongono, si serrano finché l’aria resta fuori e restano solo i pieni.

Quando la gerla è finita: la si misura sulla schiena. Dev’essere capiente, sì, ma non può tradire nel momento in cui il sentiero si impenna. Si fissa con corregge di cuoio o con funi annodate come rosari di famiglia, e resta in equilibrio perché conosce da sempre il dorso umano.

Nasce così un attrezzo che precede le mode e segue le stagioni: fieno d’agosto, foglie di faggio per la lettiera, fascine d’inverno, grappoli e castagne quando tocca.

Nelle mulattiere dell’Ossola la vedevi andare e venire come una barca senza fiume: tra i muretti a secco, le felci, il suono lontano di una campana.

I bambini ci giocano a nascondino, i giovani la lucidano con l’olio di gomito, i mezzadri la misurano a occhio per capire se basta la giornata, gli anziani le conservano, come a ricordare tutte le fatiche condivise.

Per questo siamo partiti dall’intreccio e non dal volto.

Perché oggi, su quel sentiero, tra il brulichio dell’erba e la riga chiara della luce, c’è una donna che un tempo portava una gerla. Si chiama Lea.

La storia di Lea

Entrare in casa di Lea è stato per noi come varcare la soglia di un mondo che non esiste più.

Una volta la vita in montagna era completamente diversa da come ce la immaginiamo oggi.

“Sono andata a scuola per tre anni… Giocare, niente.” A dieci, dodici anni lavava e cambiava i fratelli, “facevo da mamma”, e intanto teneva insieme casa, animali, tempi. Noi l’ascoltiamo e ci accorgiamo che certe parole rimettono in ordine la schiena, come a dire che ognuno nel corso della vita deve imparare a portare la gerla, solo con pesi e misure differenti.

Come si porta la gerla?

Continuiamo a camminare con lei: “Prendevo due gerli… uno da 40 chili e l’altro da 65. Quello più leggero lo portavo per riposare.”

Ci guardiamo e sorridiamo, perché in quella frase c’è tutto: il peso, sì, ma anche la misura. In montagna la forza non si annuncia, si usa. Poi d’un tratto mima un gesto che le viene quasi a memoria.

“Mettevo la damigiana del vino, la legavo con la corda così e via avanti.” Le mani sanno già che giro fare, il nodo giusto, il colpo d’occhio al sentiero. E noi, senza quasi accorgercene, tratteniamo il respiro nel punto in cui la gerla scatta in equilibrio. Capiamo che si sta avvicinando il momento migliore per scattare il ricordo di questa giornata.

Le chiediamo il segreto, e ci toglie dal rischio di farla troppo poetica: “È un’abitudine. Se ci cresci da bambino, va bene; arrivarci da grandi, non è facile.”

La gerla, come la vita, funziona se la portiamo bene se le stiamo dentro senza farci mordere le spalle.

Lo scatto

Arriva il momento dello scatto. Lea indossa la gerla e noi quasi ci spostiamo per farla passare: il corpo prende posizione, la corda si tende, la schiena si fa seconda casa. Nella lama di luce c’è una donna che non interpreta, continua.

Ci accorgiamo che quell’immagine non racconta un cimelio, ma un verbo: portare. E mentre mettiamo a fuoco, sentiamo che questa non è solo la sua storia: ci riguarda. Perché a ognuno tocca la propria gerla, pesi e responsabilità, cura e ostinazione, e a ognuno tocca imparare a portarla senza rompersi.

Nei suoi occhi passano i colori che conosciamo anche noi, se ci fermiamo un attimo: il bianco della neve che chiede legna asciutta, il verde del fieno alto, il rosso dell’autunno nei cesti, il blu della sera quando serve silenzio. “Tutto dipendeva dalle mie braccia”, dice. E noi sentiamo che non c’è lamento: c’è rispetto. Per il tempo, per la terra, per chi cammina accanto.

“Qual è il segreto?” insistiamo.

Lea sorride: “Non ce n’era, lavorare come asini.”

E a noi arriva addosso quel misto di ironia e verità che non lascia alibi. Lavorare, sì. Ma anche volersi bene abbastanza da durare. “Io vado avanti. Giorno per giorno. Finché c’è un po’ di salute… senza vergogna né paura.”

Ce lo prendiamo come promemoria.

La gerla: quella che portiamo anche noi

Fermiamoci un istante con lei a guardare la gerla da vicino. Ci riconosciamo nel suo modo di esistere: non chiede carburante, chiede responsabilità; non pretende applausi, pretende continuità. Quando si rompe, si ritesse il punto. Se fa male, si aggiusta la cinghia. Quando pesa, si divide in due viaggi.

E noi? Possiamo farlo uguale: rammendare invece di buttare, accordare il ritmo, alleggerire dove serve, tenere duro dove conviene.

Nei segni del legno leggiamo anche i nostri: una tacca per una stagione sbagliata, una scheggia per una scivolata che ci ha rimesso in carreggiata, la lucentezza dei bordi dove la mano torna sempre quando cerca appoggio. Ci accorgiamo che non stiamo solo assistendo: stiamo imparando.

Scendiamo con Lea tra muretti a secco e felci, e il suono lontano di una campana ci mette in riga il respiro. Qui, ci dice Lea senza dirlo, la vita di montagna si mostra nella sua essenza più pura.

Il Calendario “Donne di montagna”

Potete trovare la foto che abbiamo scattato a Lea nel mese del Calendario “Donne di Montagna 2025”. Dodici mesi, dodici volti, dodici modi concreti di essere donna in montagna.

Con Lea abbiamo capito che la gerla non è qualcosa che appartiene al passato ma è il nome che diamo a tutto ciò che vale la pena portare oggi. Responsabilità, cura, mestiere, fiducia. E anche quel lampo di autoironia che salva le giornate storte.

Nell’intervista completa (la trovate con il QR code sul calendario) c’è la sua voce, ci sono gli insegnamenti che ci ha dato, le sue risate: la scuola lasciata alla terza, i fratelli accuditi, le damigiane legate “così”, i gerli da 65 e da 40 “per riposare”.

Questo racconto fa parte di progetto a cui teniamo tantissimo: raccogliere, ascoltare, custodire e restituire storie vere. Con il calendario 2025 abbiamo iniziato; ora stiamo già lavorando ai prossimi capitoli, perché queste voci non si coprano di polvere.

Voi, nel frattempo, potete continuare a leggere tutte le storie di “donne di montagna” nel nostro Blog. Sui nostri profili trovate le anticipazioni del Calendario 2026, un viaggio, sempre in montagna, alla scoperta delle cime più mozzafiato delle nostre Alpi.

Leggi le altre storie del Calendario NBC 2025

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