Folklore Ossolano
Lieti del vivo compiaccimento suscitato nella popolazione ossolana dalle pubblicazioni di folklore, iniziate su questo periodico, ringraziamo pubblicamente la chiara e forbita scrittrice, signora Ida Braggio Del Longo che, maestra della penna, ci onora della sua ambita ed ossolana collaborazione.
II Commercio Ossolano.
Usi matrimoniali di valle Bognanco
All’illustre Prof. Dott. Carlo Angela, devotamente.
La sposa bognanchese nel dì delle nozze veste ül ras (vestito) di tibet nero, il grembiule di seta, l’ampio panet (fazzoletto) di damasco, che assomiglia un poco allo zendale veneziano; se però lo sposo risiede all’estero (cosa frequente in questa valle dove quasi tutti gli uomini emigrano in California Francia e Svizzera) ella adotta il costume cittadino,
Abituata all’ampie vesti contadineshe, al grembiule, ch’è parte essenziale dell’abbigliamento dal quale non va mai disgiunto, ell’è impacciata nella toeletta nuova, e, col cappello guarnito di fiori e l’abito adorno di ricami, non è raro vederla portare un grembiule ma- gari di percalle.
Di ritorno dalla chiesa il corteo nuziale va ad asciolvere in casa della sposa; il vinello. acerbetto e chiaro, che non giunge mai (dato il clima freddo) a completa maturanza, scintilla nei boccali di rozza maiolica, scoppiano come razzi i frizzi salaci e la sposina, giusto il costume tradizionale, fugge e si nasconde.
Tutti vanno a cercarla e mettono sossopra la casa; lo sposo fruga negli angoli più riposti, ma la bella è irreperibile; allora una fanciulla, tutta, brio e pepe, gli presenta una vecchina sdentata e, tra le risa d’ognuno, gli chiede:
L’è questa qua la vostra femina? “(è questa la vostra donna ?).
Il nostro uomo finge di impiemalirsi e la terribile canzonatrice, con aria buffa e biricchina, gli presenta successivamente un giovanotto, una zitellona un mazzo di cardi selvatici e fior di zucche, finché il padrino, impietosito, riconduce la fuggitiva, che, piangendo e strillando, si avvicina al marito.
Caratteristica è la scena che segue; il compare, ritto sulla porta, fa un predicozzo agli sposi augurando vita lunga, figli maschi ecc. poi, con un grembiule in mano, gira fra gli invitati dicendo: La mi fioscia l’è povra e la cerca la carità; la già da meta su la cia, ci cu vò iutala?
(La mia figlioscia è povera e cerca la carità; deve mettere su casa, chi vuol aiutarla ?)
Cadono nel grembiule lire; carta monetata, scudi; il compare fa un brindisi alzando la stagnaa (anfora in ‘peltro, di forme snelle ed eleganti, ancor in uso nelle valli ossolane) mentre i mortaretti tuonano allegramente e qualche americano, per vieppiù onorare i nuovi coniugi, spara due o tre colpi di rivoltella.
A colazione finita il corteo. Si rimette in moto per andare a pranzo in casa dello sposo; le amiche della sposa ànno preparato la porta triunfanta con rami d’ellera capricciosamente intrecciati a mirto; tra festoni di nastri policromi, fazzoletti di seta, fiori di macchia e rosoni di carta velina pendono quadri sacri e profani, uniti in stravagante promiscuità; Garibaldi, col berretto sulle ventitre e la fluente, barba d’oro, sorride bonariamente vicino al candido soggolo di S. Teresa; il brigante Musolino è con S. Luigi Gonzaga ed i Reali d’Italia sono sotto la protezione di S. Marco, patrono di Bognancofuori.
Le villanelle cantano ed anche qui, notisi stranezza, un mistico inno alla Vergine (cantato per celebrare la castità della sposa) è seguito dalla Violeta e da Quel mazzulin di fiori. La sposa ringrazia, offre i binis e i brott (confetti, noci e nocciuole) paga il diritto di passare sotto l’arco ed entra nella casa del marito, salutata dalla suocera e dai cognati.
Dopo il pranzo si fa una tournée nelle cantine degli invitati e guai se non si beve alla salute dell’ospite, il rifiuto suonerebbe disprezzo.
L’alpigiano dell’Ossola è ospitaliero ed offre con cuore largo ciò che possiede, vi ringrazia d’aver bevuto nel suo boccale, argutamente scusandosi d’aver rotto tutti i bicchieri.
IL COMMERCIO OSSOLANO N.5 04/05/1928
I costumi di montagna
I costumi di montagna sono una delle ultime tradizioni rimaste gelosamente custodite nelle valli delle nostre Alpi.
Non si tratta soltanto di abitudini tramandate, né scenografie create per divertire i cittadini della pianura. I costumi di montagna sono ancora oggi il codice attraverso cui una comunità si riconosceva, celebrava se stessa e trasmetteva i propri valori e in Ossola, come in tante terre di confine, il matrimonio era l’occasione per eccellenza in cui indossarlo.
In questo articolo storico di giornale c’è una rarissima testimonianza di un matrimonio tradizionale bognanchese.
Lo scrittore in questo testo ha annotato il costume della sposa, il corteo che torna dalla chiesa, i giochi che accompagnano la ricerca della novella moglie nascosta, la questua del compare, le canzoni che oscillano dall’inno alla Vergine agli stornelli popolari. Sono particolari che, presi singolarmente, possono sembrare curiosità pittoresche; ma messi insieme compongono il quadro di una società che, pur vivendo nella durezza della montagna e nell’emigrazione continua, sapeva trasformare il giorno delle nozze in un grande teatro collettivo.
Ecco tutto lo splendore e il significato dei costumi di montagna e del matrimonio bognanchese.
Il matrimonio tradizionale bognanchese
Immaginiamo un giorno di festa a Bognanco, in quell’anno 1928. La valle, abituata al silenzio dei pascoli e al ritmo lento delle stagioni, si anima improvvisamente: le campane della chiesa di San Lorenzo suonano a distesa, i vicoli si riempiono di voci e di colori, e il matrimonio diventa il centro della vita collettiva. Non è soltanto l’unione di due giovani, ma la conferma di un patto sociale che coinvolge famiglie, compaesani, emigrati tornati per l’occasione.
Il rito comincia in chiesa, naturalmente, sotto lo sguardo vigile del parroco e della comunità. Ma la cerimonia non si esaurisce sull’altare: appena gli sposi varcano la soglia, la festa prende corpo in forme tutte popolari. È qui che si dispiega il carattere montanaro: serio e ironico, devoto e scanzonato.
Il corteo che accompagna gli sposi torna verso la casa della sposa per l’asciolvere, un pasto che inaugura i festeggiamenti. I boccali di maiolica si riempiono di vino leggero, acerbo, figlio di un clima severo che non concede maturazioni piene, ma che sa ugualmente rallegrare i convitati.
Lo chiamavano l’Americanino e oggi potete ancora visitare l’antico torchio che lo produceva, trovate qui tutta la sua storia.
Tra brindisi e battute, il rito si fa teatro: la sposa, secondo tradizione, fugge e si nasconde, lasciando lo sposo a cercarla tra le stanze e i ripostigli. È un gioco, certo, ma non solo: è la rappresentazione simbolica di un’unione da conquistare, della pazienza necessaria alla vita matrimoniale, dell’ironia con cui la comunità accompagna i due giovani.
Gli amici e le amiche della sposa non si limitano a stare a guardare: trasformano la scena in farsa, presentando allo sposo una vecchina sdentata, un giovanotto, una zitellona, persino un mazzo di cardi selvatici o fiori di zucca. Lo sposo deve sorridere, fingere sdegno, resistere al gioco; solo alla fine, guidata dal padrino, la vera sposa ricompare, tra lacrime finte e risa genuine.
A questo punto entra in scena il compare, figura centrale della tradizione. In piedi sulla soglia, pronuncia un discorso di augurio: lunga vita, prosperità, figli maschi. Poi, brandendo un grembiule, si fa questua tra gli invitati: “La mia figlioccia è povera e deve mettere su casa, chi vuole aiutarla?” Non è una battuta: è il momento in cui la comunità sostiene concretamente la nuova famiglia, riempiendo quel grembiule di monete, banconote, scudi. È una forma di solidarietà collettiva che ci ricorda quanto, in quelle valli, la sopravvivenza fosse legata alla capacità di aiutarsi reciprocamente.
Il matrimonio tradizionale bognanchese, insomma, è un rito totale: unisce religione e burla, sacralità e gioco, economia e spettacolo. È il grande teatro della comunità, in cui ognuno ha un ruolo, e in cui il destino degli sposi diventa affare di tutti.
L’abito tradizionale bognanchese
La sposa bognanchese, ci racconta la cronaca del Commercio Ossolano, si presentava con ül ras, un vestito di tibet nero: tessuto solido, elegante nella sua sobrietà, scelto non per ostentazione ma per la sua resistenza e per il valore che la comunità attribuiva alla serietà del matrimonio. Accanto al vestito, il grembiule di seta. Non era un dettaglio secondario: il grembiule, nelle valli, non si abbandonava mai, nemmeno nel giorno più solenne. Era il simbolo della laboriosità femminile, della continuità con la vita quotidiana che la sposa si apprestava a portare nella nuova casa.
Ma il tratto più scenografico era il panet, un grande fazzoletto di damasco che avvolgeva la giovane, parente stretto dello zendale veneziano. Ampio, prezioso, donava alla figura femminile una solennità particolare: quasi un manto, che legava l’umiltà montanara a un senso di nobiltà.
Non mancavano però le contaminazioni della modernità. Poiché gran parte degli uomini di Bognanco emigrava all’estero, in Svizzera, in Francia, persino in California, accadeva spesso che lo sposo fosse un “cittadino del mondo”. In quel caso, la sposa adottava un costume più urbano: abiti con ricami, cappelli guarniti di fiori, ornamenti che riecheggiavano le mode di città. Tuttavia, la forza dell’abitudine contadina emergeva lo stesso: anche sotto l’abito elegante, non era raro che comparisse un grembiule di percalle, segno che l’identità rurale non poteva essere cancellata.
Il costume non era soltanto abito, ma teatro di gesti. Attorno alla tavola, i boccali di maiolica grezza custodivano il vino, e la stagnaa, anfora di peltro dalle forme snelle ed eleganti, era innalzata nei brindisi solenni. Alla fine, la sposa offriva i binis e i brott, confetti, noci e nocciole, dolce e semplice ringraziamento ai convitati, un dono che parlava la lingua della montagna, fatta di frutti del bosco più che di zuccheri raffinati.



