Ponte del Diavolo: dove vederli e perché si chiamano così?

Ponte del Diavolo: dove vederli e perché si chiamano così?

Ponte del Diavolo: cos’è, perché si chiama così e dove vedere i più belli

In Italia basta dire “Ponte del Diavolo” e subito si accendono leggende di archi in pietra arditi sopra gole profonde, fiumi in piena, vallate alpine o borghi medievali. Ma cosa sono e perché si chiamano così?

E soprattutto, la cosa più sorprendente è che non ne esiste uno solo ma molti, sparsi un po’ ovunque lungo la penisola, ognuno con la propria storia e con una leggenda che, puntualmente, chiama in causa il Maligno.

In questo articolo proviamo a rispondere alle domande più frequenti sui Ponti del Diavolo: 

  • che cos’è davvero un “ponte del diavolo”
  • perché si chiama così
  • com’è fatto dal punto di vista architettonico
  • quali sono i più scenografici in Italia

Infine, rallenteremo il nostro racconto per immergerci in un luogo speciale presente solo in Val d’Ossola. Il Ponte del Diavolo di Trasquera, sospeso sulla Valle Divedro.

Cos’è un “Ponte del Diavolo”

Perché si chiamano così?

Quando parliamo di ponte del diavolo non ci riferiamo a un unico manufatto, ma a una tipologia di ponti, naturali o costruiti dall’uomo, accomunati da due elementi. Una struttura particolarmente ardita e una leggenda che spiega l’esistenza di un’opera “impossibile” chiamando in causa il diavolo. 

Di solito il modello è quello del ponte a schiena d’asino, con un arco principale altissimo e molto slanciato, affiancato da archi minori, oppure di un singolo arco che scavalca una gola profonda o un corso d’acqua in un punto dove sembrerebbe impraticabile. Nel caso dei ponti naturali, come il Ponte d’Ercole, è la stessa roccia a modellarsi in un arco sospeso, e la fantasia popolare fa il resto. 

In tutti i casi, la narrazione ci racconta di un’opera troppo difficile per l’ingegno umano, realizzata in tempi record grazie a un patto con il diavolo, che in cambio pretende l’anima del primo essere vivente che attraverserà il ponte. A rovinare i piani del Maligno è di solito un espediente semplice e geniale: un cane, un maiale, un animale qualunque mandato “in avanscoperta” al posto di un cristiano.

Come è fatto?

L’architettura medievale del Ponte del Diavolo

Dal punto di vista tecnico, molti ponti del diavolo italiani sono ponti ad arco in muratura, spesso medievali, che rappresentavano, al loro tempo, un vero salto in avanti in termini di ingegneria: archi molto aperti, luci notevoli, fondazioni in punti complicati, capacità di reggere carichi importanti con poco materiale. 

Il loro profilo tipico è quello a “schiena d’asino”: un dosso centrale che sale verso l’arco principale e poi scende, a volte con pendenze notevoli per chi lo percorre a piedi. Nel caso di ponti come il Ponte della Maddalena a Borgo a Mozzano, l’arco maggiore è così alto rispetto agli altri da sembrare quasi sproporzionato, e proprio questa “forzatura” visiva ha alimentato leggende e soprannomi. 

Quando invece il ponte è naturale, come il cosiddetto Ponte d’Ercole dell’Appennino abruzzese, la struttura è una sola roccia, spesso arenaria, che unisce le due sponde di una piccola vallecola. L’erosione dell’acqua e degli agenti atmosferici ha scavato un arco nel massiccio roccioso, lasciando in piedi un “trave” naturale lungo alcune decine di metri: un vero e proprio ponte che sembra messo lì apposta per essere attraversato. 

I Ponti del Diavolo più belli in Italia

In Italia i “ponti del diavolo” sono decine. Dai ruderi romani ribattezzati per tradizione, ai grandi ponti medievali, fino a piccole strutture rurali che collegano rive e calanchi. Eccone alcuni tra i più suggestivi, perfetti da inserire in un itinerario di viaggio tra natura, storia e leggende. 

Ponte del Diavolo della Maddalena – Borgo a Mozzano, Toscana

È forse il ponte del diavolo più celebre d’Italia. Attraversa il fiume Serchio vicino a Borgo a Mozzano (Lucca), con un arco principale altissimo affiancato da altri archi minori, tutti in muratura. La sua forma a schiena d’asino, con il grande arco che sembra sfidare la gravità, ha ispirato artisti, fotografi e una lunga serie di racconti. 

Secondo la leggenda, il capomastro, disperato perché non riusciva a completare il ponte nei tempi richiesti, stipulò un patto con il diavolo. L’opera sarebbe stata finita in una notte, in cambio dell’anima del primo che lo avrebbe attraversato. A beffare il Maligno fu però un trucco. Ovvero che sul ponte venne fatto passare per primo un animale, spesso si parla di un cane o di un maiale, lasciando il diavolo con un pugno di mosche. 

Ponte del Diavolo – Lanzo Torinese, Piemonte

Il Ponte del Diavolo di Lanzo scavalca la Stura in una gola stretta e scenografica, collegando Lanzo Torinese alle sue valli e, un tempo, a Torino, evitando territori controllati da signori poco amici dei Savoia. Costruito nel 1378, è un ponte medievale a schiena d’asino con una luce principale di circa 37 metri e un’altezza di 16, inserito in un ambiente naturale molto suggestivo. 

La leggenda qui racconta che, dopo il crollo di due ponti precedenti, gli abitanti chiesero aiuto al diavolo, promettendogli l’anima del primo che l’avrebbe attraversato. Anche in questo caso, a mettere in crisi il patto fu un animale mandato avanti al posto di un umano. Attorno al ponte ci sono le cosiddette “Marmitte dei Giganti”, curiosi buchi scavati nella roccia dalla Stura, che in passato sono state lette come segni della rabbia del diavolo, che avrebbe preso a colpi le rocce per vendetta. 

Ponte del Diavolo – Cividale del Friuli, Friuli-Venezia Giulia

A Cividale del Friuli il Ponte del Diavolo attraversa il Natisone con due grandi arcate e un pilastro centrale roccioso, diventando una sorta di balcone panoramico sul fiume e sulle case del borgo storico. La sua posizione, a cavallo di una gola profonda, contribuisce alla fama di ponte “impossibile”, degno di un intervento sovrannaturale. 

La leggenda locale racconta che i cividalesi, non riuscendo a completare il ponte, chiesero aiuto al diavolo, promettendogli l’anima del primo passante. In alcune versioni, a tradire il patto è una vecchietta con il suo cane; in altre, l’inganno è più elaborato, ma il finale resta lo stesso: il Maligno viene fregato e se ne va furioso, lasciando però in dono un ponte destinato a diventare simbolo della città.

Altri ponti del diavolo da segnare in lista

In Italia esistono altri ponti del diavolo che è possibile visitare, alcuni anche molto noti e frequentati.

Il primo è il Ponte Gobbo di Bobbio, in Emilia, il secondo il Ponte del Diavolo di Torcello, nella laguna veneta, e infine non possiamo non citare i famosi resti di strutture romane in Irpinia.

Il Ponte del Diavolo di Trasquera (Valle Divedro, Ossola)

Spostiamoci ora in Valle Divedro, nel cuore dell’Ossola, dove il Ponte del Diavolo di Trasquera unisce il paese alla frazione di Bugliaga. Qui non siamo davanti a un ponte medievale, ma a un’opera ottocentesca dall’ingegneria sorprendente. Un grande arco che scavalca una gola vertiginosa, sospeso sopra il rio in un tratto di roccia scoscesa e boschi fitti. 

Il ponte venne progettato nel XIX secolo, quando si decise di collegare Trasquera e Bugliaga con una strada carrozzabile. Gli studi individuarono il punto più adatto nelle Saglie del Rì, dove la gola è stretta ma profonda. Qui, per costruire l’arco, fu eretta un’imponente armatura di legno, fatta di oltre cento tronchi di larice appoggiati ai versanti. A lavori finiti, l’armatura venne cosparsa di petrolio e data alle fiamme: il ponte apparve tra il fumo, sospeso a oltre cento metri di altezza dal torrente, in una scena che doveva davvero sembrare infernale. 

Sarebbe facile pensare che il nome derivi da quel rogo spettacolare, ma la tradizione è più antica. Come in molti altri casi, la gente del posto era convinta che opere così ardite potessero essere realizzate solo con l’aiuto del diavolo, e il soprannome “Ponte del Diavolo” affonda le radici in leggende orali che precedono la costruzione moderna. Oggi il ponte si raggiunge in auto lungo la strada per Bugliaga o con un’escursione ad anello che tocca anche il più piccolo “Ponte del Diavolino”. Attraversarlo regala una vista sorprendente sulla gola e sui boschi delle montagne ossolane. Perfetto per chi ama l’idea di una montagna fatta di ingegneria, natura e racconti tramandati a voce. 

Il Ponte d’Ercole: il ponte del diavolo “naturale”

A differenza di quasi tutti gli altri, il Ponte d’Ercole, detto anche Ponte del Diavolo, non è stato costruito dall’uomo. È un ponte naturale di roccia arenaria, lungo circa 33 metri, che unisce i lati di una vallecola nel territorio del Frignano, tra i comuni di Pavullo nel Frignano, Polinago e Lama Mocogno. Siamo in pieno Appennino modenese, in un bosco fitto attraversato da sentieri escursionistici. 

La sua forma è quella di un monolite arcuato. Un’unica lastra che scavalca un rio, con fianchi quasi verticali e una superficie di calpestio variabile, più ampia da un lato, più stretta al centro. Dal punto di vista geologico è il risultato di un processo lunghissimo. L’azione combinata di fratture nella roccia, erosione dell’acqua, gelo e disgelo ha progressivamente scavato il sottostante letto del torrente, lasciando in piedi questo ponte roccioso sospeso. Intorno, l’area è ricca di altre forme modellate dall’erosione, cavità, “dita” di roccia, affioramenti, che danno al luogo un’atmosfera quasi fiabesca. 

La leggenda del Ponte d’Ercole

Ma la vera particolarità del Ponte d’Ercole è che qui natura, culto e leggenda si intrecciano da millenni. Gli scavi e i ritrovamenti archeologici raccontano di una frequentazione ininterrotta dall’età protostorica all’epoca romana e medievale. Frammenti ceramici villanoviani, oggetti di ambito ligure, migliaia di monete romane, resti di strutture murarie e perfino una grande vasca scavata nella roccia, collegata a sorgenti e probabilmente usata per rituali connessi all’acqua. 

È facile capire come, in un luogo del genere, nascano storie sul diavolo che plasmerebbe l’arco con calci e “zuccate” alla roccia, creando gradini e sedili per potersi riposare. In realtà, accanto alle leggende legate al Maligno, sopravvivono toponimi come Monte Apollo e riferimenti a culti antichi legati alle acque sorgive, segno che questo ponte naturale è stato per secoli un piccolo santuario all’aperto. Oggi arrivarci è facile grazie ai sentieri segnalati, ma camminare sull’arco, con le dovute cautele, dà ancora la sensazione di stare attraversando un punto di passaggio speciale, sospeso tra geologia e mito. 

Mettere uno accanto all’altro il Ponte del Diavolo di Trasquera e il Ponte d’Ercole permette di capire quanto sia elastica l’etichetta “ponte del diavolo”.

Le analogie, però, sono fortissime. In entrambi i casi il ponte è un “punto impossibile” del paesaggio, una gola, un avvallamento, un salto d’acqua, che diventa attraversabile. E in entrambi i casi è proprio questa sfida alle apparenze (come fa a stare in piedi? chi ha avuto il coraggio di farlo oppure “di farlo fare”?) a far scattare il bisogno di una storia.

Per un progetto come NBC – NaturaBenessereCultura, questi luoghi sono doppiamente preziosi. Da una parte sono mete perfette per chi ama camminare nella natura, dall’altra sono strumenti per raccontare come le comunità, nei secoli, hanno dialogato con il paesaggio. Ogni ponte del diavolo è un piccolo archivio di geologia, ingegneria, paure e astuzie. Attraversarlo oggi significa, in fondo, fare un passo dentro tutte queste storie insieme.

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