La maestra centenaria che insegnava durante la guerra

La storia della maestra Alma Coda Cap Borsotti

Non tutti hanno la fortuna di assistere a grandi storie, magari facendosele raccontare proprio da chi le ha vissute.

Sono ancora meno quelli che si accorgono della rarità di un simile tesoro, e decidono di dargli un titolo.

La maestra che insegnó durante la guerra: il racconto di una di quelle grandi storie.

La maestra dell’Ossola

100 anni festeggiati nel territorio che ha educato, un sorriso sincero che lascia spazio a parole educate e curiose, un accento francese.

Così abbiamo conosciuto la maestra dell’Ossola che ha dedicato la propria vita all’insegnamento e ai ragazzi.

Una finestra aperta sul mondo di quegli anni, in cui la guerra e la normalità combattevano ogni giorno per stabilire nuovi equilibri.

L’infanzia 

I primi ricordi d’infanzia sono oltre il confine, in una piccola cittadina francese di nome Modane che oggi conta poche migliaia di abitanti.

A metà tra Bardonecchia e Torino, in linea d’aria.

“L’edificio era nuovo e i libri proprio belli.

Le nostre scuole erano invidiate da quelle italiane.”

– Alma Coda Cap Borsotti

Le scuole elementari in Francia hanno un buon sapore, ma presto si fa largo la consapevolezza che quello era ciò che si voleva far pensare dell’Italia, un paese che stava vivendo una situazione politica apparentemente stabile, ma che presto avrebbe mostrato ogni sua contraddizione.

È in Italia che la famiglia di Alma Borsotti si trasferisce dopo le scuole elementari, andando a vivere a Santhià, un altro piccolo paese piemontese in provincia di Vercelli.

Non passeranno due anni che la giovane dovrà fare la conoscenza di nuovi compagni e cambiare nuovamente scuola.

Ricorda quella fotografia come di una nevosa giornata di primavera del ‘36.

Stavolta non è più un paesino ma è la grande Domodossola, città in cui ha deciso di continuare a vivere e dove insegnerà fino alla fine della sua carriera.

È a questo punto che la storia della futura maestra di Bognanco si intreccia con i primi segnali di una guerra dichiarata.

1938 – Torino e i bombardamenti

Nell’anno 1938 a suo padre viene proposto un trasferimento di lavoro a Torino: una buona opportunità sia per vivere con maggiore leggerezza, sia per inseguire il sogno di insegnare, studiando in scuole rinomate fino all’ottenimento del ruolo.

Avevano già trovato la casa vicino a Porta Nuova.

Anche gli scatoloni per il trasloco erano già pronti.

“Il suo trasferimento venne revocato all’ultimo. E per fortuna che fu revocato, perché qualche anno dopo la zona fu distrutta completamente dai bombardamenti.”

1942 – “Meglio un asino vivo che un dottore morto

La famiglia non si trasferisce e Alma continua gli studi da sola come studente fuori sede a Torino.

Ci racconta distintamente di un ricordo legato ad uno degli ultimi esami.

Di quel giorno ricorda di essere salita sul tram appena in tempo per accorgersi che il seguente era stato colpito da una bomba.

Passo il resto del pomeriggio in un rifugio antiaereo, uscendo solo quando ormai era buio.

Si era diplomata un anno prima, nel ‘41, e aveva deciso di continuare a studiare, iscrivendosi a lingue.

Ancora oggi non si pente di aver deciso di tornare a Domodossola, per provare a dimenticare quei sibili nella notte arrivare dal cielo, la polvere delle macerie e le case sventrate.

Ricordi lucidi che in quegli anni erano spettacoli di normalità.

1943 – San Marco e la guerra 

Dopo la prima esperienza come supplente a Domodossola, la prima cattedra di ruolo affidata alla giovane maestra fu a San Marco.

San Marco era una chiesa ed una scuola, nessun abitante fisso.

Eppure quel piccolo borgo ogni giorno si animava di ragazzini da tutte le frazioni vicine.

Così tanti da riempire tre classi, che per due anni la maestra tenne con passione ed amore.

 “Forse quella volta sono stata troppo severa. Ho bocciato solo un ragazzo nella mia vita, ma è stato un fallimento mio, non suo.”

La scuola durante la guerra è quel tesoro di aneddoti ed episodi che la maestra ci racconta con lucida commozione.

Per comprendere davvero gli anni ‘40 forse basta accennare al suo stipendio di 350 lire che neanche le permetteva di pagare un affitto.

Insegnare a San Marco durante la guerra significava attraversare il guado del fiume ogni giorno, e percorrere la valle in salita in sella alla propria bicicletta.

Significava non poterla lasciare incustodita per non correre il rischio di vederla scomparire sotto a qualche soldato divertito.

Erano salite impegnative, ma nel pieno degli anni più forti.

Automobili su quelle strade carrozzabili non ce n’erano tante, al contrario delle camionette tedesche.

Una volta fu proprio con una di quelle che Alma incroció la strada.

“Non so come l’ho evitata. Ricordo ancora i soldati seduti che provavano a scansarmi, ma era ovvio che il loro gesto fosse inutile.”

La scuola durante la guerra non era mai mancata.

Non una lezione durante il diploma e il corso di lingue, non una lezione della maestra ai piccoli di Bognanco.

A San Marco rimase due anni, prima di insegnare nella vicina Montecrestese e poi a Domodossola.

“Ancora oggi mi fermano lungo la strada per salutarmi.

Buongiorno maestra! – mi dicono.

Ma io con tutti gli alunni che ho avuto, confesso che a volte non mi ricordo.”

Perché, in fondo, bastano frasi come queste, pronunciate con un vispo sorriso ed un simpatico accento francese, per vivere l’impatto di storie come questa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *