Cos’è una balma
La balma (o barma, in francese balme, in tedesco Balm) è uno dei più affascinanti esempi di architettura spontanea alpina. Nata dal connubio perfetto tra uomo e natura, la bamba è una grotta antropizzata, cioè un riparo naturale modellato dall’uomo, situato ai piedi di un masso erratico o di una parete rocciosa sporgente.
In pratica, è un luogo dove la roccia diventa tetto, protezione e dimora.
In molte valli alpine, le balme rappresentano ancora oggi il simbolo del legame tra le comunità e la montagna, testimoniando una cultura di adattamento, ingegno e rispetto del paesaggio.
Noi di NaturaBenessereCultura siamo stati all’interno di una balma per registrare il nostro primo Documentario “La Via Alta”.
In questo articolo ti portiamo alla scoperta di:
- l’origine unica di questi luoghi
- i segreti della loro affascinante architettura
- dove è possibile visitare le più belle balme d’Italia

Etimologia del termine
L’origine del termine balma affonda le radici nella storia più antica delle lingue pre-romane.
Secondo alcuni studiosi, deriva da una parola pre-celtica ligure, mentre altri la collegano al celtico bal-men, cioè “pietra alta”.
Un’altra ipotesi la fa risalire al latino valva, ossia “apertura” o “finestra”.
Il termine, in tutte le sue varianti linguistiche (barma, balme, baume, balm), è diffuso in gran parte delle Alpi occidentali e si ritrova in numerosi toponimi: Balme in Piemonte, il Colle della Barma tra Biella e Valle d’Aosta, o il villaggio di Barmasc ad Ayas.
Segni linguistici di un’eredità che ha attraversato millenni, lasciando tracce di un modo di abitare la montagna.
Quando nascono le balme?
La storia
Le balme nascono quando l’uomo inizia a osservare la montagna non come un ostacolo, ma come una compagna di vita.

Molto prima dei villaggi, dei rifugi e delle baite, le prime dimore alpine erano grotte naturali: fenditure della roccia, caverne aperte al sole del mattino, sporgenze che offrivano riparo dal vento.
Qui, tra luce e ombra, la montagna divenne la prima casa dell’umanità.
Fin dalla preistoria, le balme furono spazi di sopravvivenza e spiritualità insieme.
Le pareti di pietra conservano ancora oggi coppelle e incisioni rupestri, piccoli segni lasciati da mani antiche per ringraziare la terra, invocare protezione o scandire il tempo delle stagioni.
Erano luoghi di passaggio tra mondo terreno e sacro, soglie di pietra dove si compivano gesti semplici e solenni: accendere il fuoco, riposare, pregare.
Con il passare dei secoli, questi ripari si evolsero insieme all’uomo.
Le comunità alpine impararono a trasformarli in ricoveri per pastori, animali e foraggio, costruendo muri a secco per chiudere gli spazi e conservare il calore.
Durante le transumanze, la balma diventava rifugio per la notte o riparo dal maltempo improvviso; nei secoli più difficili, offriva salvezza.
Nella Seconda guerra mondiale, molte di esse furono rifugi partigiani: silenziose e invisibili, custodirono storie di resistenza e coraggio.
Ogni balma, anche oggi, porta impresso nella pietra il respiro di chi vi ha cercato scampo o conforto.
Alcune sono state restaurate, altre dimenticate. Ma tutte, indistintamente, parlano la lingua dell’essenziale: quella del bisogno, della sopravvivenza e della gratitudine verso la montagna.

Come è fatta una balma?
L’architettura
Osservare una balma significa assistere al miracolo della semplicità funzionale.
È un unico vano, scavato o adattato sotto una grande sporgenza di roccia, chiuso lateralmente da muri in pietra a secco: nessun cemento, nessuna architettura imposta. Solo equilibrio.
Il tetto naturale di roccia garantisce protezione da pioggia e neve, mentre il pavimento in terra battuta favorisce lo scolo dell’acqua.
All’interno, le pareti annerite raccontano di fuochi accesi per secoli, e le mensole di pietra testimoniano la vita quotidiana: utensili, stoviglie, piccole provviste appoggiate su un piano scavato nella roccia viva.
Ogni balma è diversa, ma tutte condividono un principio comune: usare ciò che esiste, senza distruggere ciò che la natura offre.
La sua bellezza non nasce dal lusso, ma dal senso.
È la forma più autentica di architettura vernacolare alpina, figlia di una cultura che ha imparato a dialogare con il paesaggio, non a dominarlo.
Là dove l’uomo moderno costruisce per isolarsi, la balma fu costruita per unirsi: al bosco, alla pietra, all’acqua che filtra dalle fessure.
Entrarvi oggi significa fare un salto indietro nel tempo e riscoprire il significato puro della parola “abitare”: essere parte di un luogo, non solo occuparlo.

A cosa servivano?
L’uso
Con il tempo, la funzione delle balme si è adattata ai bisogni di ogni epoca.
Da rifugio primitivo divennero spazio di lavoro, di vita, di cultura.
Ogni valle alpina le reinterpretò secondo la propria identità, e così nacquero infinite varianti di uno stesso archetipo.
Nella Valle d’Aosta, ad esempio, la balma si trasformò in barmet: piccoli locali chiusi sotto la roccia, usati come cantine, stalle o depositi.
Il segreto del loro successo era — ed è tuttora — la temperatura costante: fresca d’estate, tiepida d’inverno.
Un microclima naturale che li rendeva perfetti per conservare il vino, stagionare i formaggi e custodire gli alimenti durante l’anno.
Ogni anno, a Villeneuve, la popolazione celebra questa sapienza antica nella Fiha di barmé, una festa che trasforma le balme in piccoli salotti aperti, tra degustazioni e racconti contadini.
È un modo per dire che la tradizione non è mai finita, ma continua a vivere nei gesti di chi ancora rispetta la montagna come madre.
Nel Canavese, invece, le balme diventano leggenda.
I Balmetti di Borgofranco d’Ivrea sono un capolavoro naturale e geologico: cavità scavate nella roccia dove l’aria scorre incessantemente grazie a correnti sotterranee geotermiche.
Questo “respiro della montagna” mantiene il clima interno sempre costante, ideale per custodire botti e provviste.
Passeggiare tra i Balmetti è come camminare in un villaggio sotterraneo, fatto di umidità, profumo di terra e antiche voci di pietra.
Ma l’uso delle balme non si ferma alla conservazione.
In alcune zone alpine, servivano come ricovero temporaneo durante gli alpeggi, o come riparo per i viandanti che salivano lungo le mulattiere.
Erano luoghi di attesa, di tregua, di silenzio.
E anche quando le comunità si spostarono a valle, le balme continuarono a esistere come memoria viva del rapporto ancestrale tra uomo e montagna: un rapporto di umiltà e ingegno, di necessità e bellezza.
Le balme più affascinanti delle Alpi
Il termine “balma” attraversa l’intero arco alpino, e in ogni valle assume un volto diverso.
Ecco alcune delle balme più belle che puoi visitare:
Balma Boves (Sanfront, Piemonte)
Ai piedi del Monte Bracco, in provincia di Cuneo, sorge un luogo fuori dal tempo: Balma Boves, un villaggio interamente costruito sotto una grande volta di roccia.
Le case di pietra, i fienili, le stalle e persino il forno comunitario convivono in uno spazio sospeso tra terra e cielo.
Oggi il borgo è un ecomuseo, testimonianza viva della “civiltà del castagno”, quando la montagna era madre e magazzino, nutrimento e confine.
Balma Boves racconta l’intelligenza di chi sapeva vivere con poco e creare tutto.
Una lezione che risuona ancora, più che mai attuale.
Barma di Ban (Bard, Valle d’Aosta)
Nel comune di Bard, la Barma di Ban è una cattedrale naturale di pietra.
Tre finestre lasciano filtrare la luce, mentre un antico affresco della Madonna vigila sulla grotta.
Questo luogo, grande quasi cento metri quadrati, fu per secoli rifugio e simbolo di protezione divina.
Un esempio di come la spiritualità alpina si sia intrecciata al paesaggio, trovando nel silenzio della roccia la propria voce.
La Balma dell’Alpe Preia in Val Bognanco
Tra i pascoli alti della Val Bognanco, c’è una balma che non compare sulle guide turistiche, ma che custodisce un’anima potente: la Balma dell’Alpe Preia.

Qui, in un angolo selvaggio e autentico dell’Ossola, la roccia offre ancora riparo a chi attraversa i crinali della valle.
Durante il progetto La Via Alta, questa balma è diventata dimora e simbolo di un’intera esperienza.
Sotto la sua volta di pietra, abbiamo dormito, registrato, e respirato la montagna nel suo linguaggio più antico: quello del silenzio.

Non c’erano pareti di cemento, né finestre che chiudono il mondo fuori.
Solo il suono del vento, il crepitio del fuoco e la consapevolezza di trovarsi in un luogo dove l’uomo non è ospite, ma parte del tutto.
La Via Alta: il cammino che racconta la Valle Bognanco
Ci sono viaggi che non nascono per essere conquistati, ma per essere ascoltati.
La Via Alta è uno di questi: una linea sottile che corre lungo le creste della Valle Bognanco, tracciando un dialogo continuo tra passato e presente, tra fatica e meraviglia.
È un percorso reale, sei giorni, 42 chilometri, rifugi e bivacchi sospesi tra cielo e silenzio, ma anche una narrazione corale: quella di un territorio che si racconta attraverso chi lo attraversa.

Tutto nasce da un’impresa di oltre trent’anni fa, quando Adriano Darioli e Guido Concina, colleghi e amici, decisero di percorrere in cresta tutta la valle, toccando ogni sua cima in un solo giorno.
Una sfida nata per gioco, per curiosità o forse per bisogno di libertà, che col tempo è diventata leggenda.
Nessuno, da allora, è più riuscito a ripeterla.

NaturaBenessereCultura ha scelto di seguirla e di raccontarla, trasformandola in un documentario e un trekking esperienziale: sei giorni di cammino tra Italia e Svizzera, tra i fortini di pietra e le vette che sfiorano le nuvole, tra i volti delle persone e la voce della montagna.
Ecco le tappe del documentario e del trekking che è possibile percorrere:
1) Dal Rifugio San Bernardo, dove il viaggio ha inizio, il sentiero GTA conduce ai laghi di Variola e Paione, specchi d’acqua che riflettono la luce dell’alba.
Poi il Dosso, con i suoi fortini militari che ricordano il confine come luogo di incontro e non di separazione.
2) Dal Lago d’Arza si sale al passo di Monscera, sottile confine tra Italia e Svizzera, e da lì alla dorsale di Cima Mattaroni e alla Bocchetta di Gattascosa, dove il paesaggio si apre e il silenzio prende forma.
3) Il cammino continua verso il Lago di Oriaccia e il Rifugio Alpe Laghetto, dove la notte ha il sapore del legno e della neve che si scioglie piano.
Fino all’Alpe Preia, dove la montagna cambia voce: quella della Balma.

È lì, sotto la volta di pietra che un tempo riparava pastori e animali, che la Via Alta trova il suo centro simbolico. Nessuna struttura, nessuna luce artificiale: solo il fuoco acceso davanti alla roccia e il suono del vento che si infila tra le fessure. Dormire alla Balma dell’Alpe Preia è come tornare indietro di mille anni, o forse come guardare il futuro con occhi nuovi.
In quel silenzio denso, la montagna non si lascia solo attraversare: ci attraversa.
4) E quando il cammino prosegue verso l’Alpe Agrosa, il Passo della Forcoletta e il Fornalino, dove sorge il bivacco Ambrogio Fogar, il viaggio si fa quasi onirico. Dall’alto, la valle si svela come un mosaico di laghi e boschi, e ogni passo è un frammento di racconto. L’ultima discesa porta all’Alpe Scatta e al Colle del Pianino, tra Bognanco e Montescheno, dove il cammino termina ma la storia continua.
Perché La Via Alta non è solo un percorso, ma una vera esperienza di conoscenza.
Un modo di abitare la montagna camminando, di scoprire che ogni sasso, ogni passo, ogni fiato è parte di una stessa voce.
E quando il giorno finisce e la luce cala sulle creste, resta la sensazione che quella linea di sentiero non appartenga solo a chi la percorre, ma anche a chi la sogna.
Come la balma, anche La Via Alta è una casa aperta nella roccia del tempo: un luogo dove la natura e l’uomo si riconoscono, si rispettano e si raccontano, insieme.
